31 ottobre 2001
" GLOBALIZZAZIONE "
articolo di Alessandro Baricco
GLOBALIZZAZIONE A DUE FACCE
-Quando è scoppiato il pasticcio di Genova, a luglio, per il G8, io ero
tutto da un'altra parte, e come tanti me ne stavo davanti al televisore,
a cercare di capire. Tra le tante domande che mi passavano per la testa
c'era anche: perché non sono lì? Perché, per l'ennesima volta, c'è
gente che sfila, o si picchia, o muore, e io non sono lì? Una volta
tanto avevo anche la risposta: non sono lì perché non saprei da che
parte stare.
Perché so poco della globalizzazione, forse non so nemmeno esattamente
cos'è, e quindi non sono lì. Fino a quel momento, a dir la verità,
non mi era mai sembrato troppo grave non avere un'idea precisa sulla
globalizzazione. In quel momento, mi sembrò, improvvisamente, non solo
grave ma anche abbastanza penoso, e sorprendente, e assurdo. Per cui,
come molti altri, da quel giorno mi son messo lì, pazientemente, a
cercare di capire. Non è mai troppo tardi.
Adesso mi ritrovo in mente una serie di idee che non sono risposte e
nemmeno certezze, ma sono, mi sembra, un modo di cercare un paesaggio
appropriato alle domande a cui non so rispondere. Meglio che niente.
Dato che di mestiere io scrivo, ho pensato di scrivere quel paesaggio in
una mini serie di articoli (tre o quattro, vediamo come va).
Questo è il primo.
Quando ho visto gli aerei sventrare le Twin Towers ho pensato per un
attimo che ormai era inutile studiare qualcosa che era morto per sempre.
Ma abbastanza presto mi son reso conto che capire quegli aerei e capire
la globalizzazione sono forse due modi di capire la stessa cosa. Per cui
ho continuato a scrivere.
Fine del preambolo. Inizio del primo articolo.
Ovviamente la prima domanda che viene in mente è: cosa diavolo è la
globalizzazione? O meglio: cosa vogliamo dire quando usiamo la parola
"globalizzazione"?
Malauguratamente, un'unica risposta, fondata e unanime, non c'è. Ce ne
sono tante, ma, guarda caso, ognuna rende imprecisa l'altra, e nessuna
sembra più vera delle altre. Così mi è tornata in mente quella
vecchia battuta: non c'è una definizione della stupidità, però ce ne
sono molti esempi. Metodo induttivo, si diceva a scuola. Non c'è una
definizione della globalizzazione: però ce ne sono molti esempi. Per
cui sono andato a caccia di esempi. Ho usato un metodo molto amatoriale,
ma che mi sembrava appropriato. Ho chiesto alla gente di farmi degli
esempi. Tutta gente che non saprebbe rispondere alla domanda
"Cos'è la globalizzazione?", ma che, a richiesta, sapeva
farmene degli esempi. Gente normale, insomma.
Tra i tanti esempi sentiti, ne ho scelti sei. Li riporto qui così come
li ho sentiti, perché la vaghezza della formulazione o l'ingenuità
delle parole scelte sono a loro volta significative, insegnano delle
cose e fanno riflettere. Eccoli qua.
1. Vai in qualsiasi posto del mondo e ci trovi la Coca Cola. O le Nike.
O le Marlboro.
2. Possiamo comprare azioni in tutte le Borse del mondo, investendo in
aziende di qualsiasi Paese.
3. I monaci tibetani collegati a Internet.
4. Il fatto che la mia auto sia costruita a pezzi, un po' in Sud
America, un po' in Asia, un po' in Europa e magari un po' negli Stati
Uniti.
5. Mi seggo al computer e posso comprare tutto quel che voglio online.
6. Il fatto che dappertutto, nel mondo, hanno visto l'ultimo film di
Spielberg, o si vestono come Madonna, o tirano a canestro come Michael
Jordan.
Voilà. Se vi sembrano esempi scemi, provate a chiederne di migliori in
giro, e poi vedrete. Bene o male, rappresentano ciò che la gente crede
sia la globalizzazione. Ora: ho imparato che c'è una sola domanda utile
da farsi davanti a quegli esempi, ed è una domanda apparentemente
ingenua: sono veri? Quegli esempi, sono veri? Raccontano fatti reali?
Sono esempi veri di globalizzazione? Non chiedetevi se siete pro o
contro. Chiedetevi: sono veri?
Prendiamo la storia di Internet, e l'idea che ci si possa comprare tutto
quel che si vuole. E' vero? Un'aspirina, un libro in italiano, un mobile
d'antiquariato, un biglietto aereo di una linea straniera, una bottiglia
di vino francese, un computer, un pacco di pannolini, una stampante.
Seduto davanti al mio computer, ho provato a comprarli. Risultato:
niente aspirina e niente automobile. Ma il resto, avendo pazienza e una
certa fortuna, lo si può effettivamente comprare.
Non starei a formalizzarmi sull'aspirina, e quanto all'auto, non conosco
gente così imbecille da aspirare a comprarsela in rete. Quindi potrei
concludere che l'esempio è vero. Potrei. Ma adesso sentite qui: i
pannolini li ho comprati nel sito delle Coop. E' un bel sito, in cui (se
abitate a Milano, Roma o Bologna) potete ordinare tutto quello che
trovereste in una Coop, e farvelo mandare a casa. Potete farlo. Ma la
domanda è: quanti lo fanno davvero? Risposta delle Coop: i soldi che
prendiamo dal commercio online rappresentano lo 0,008 del nostro
fatturato. Si potrebbe pensare che le casalinghe, tutto sommato, non
sono un esempio probante, e forse è vero. Okay, cambiamo esempio.
I libri. In genere, quelli che leggono, un computer dovrebbero averlo,
no? Bene. Ogni cento libri venduti in Italia, quanti sono comprati on
line? Mezzo. Pochino, vero? Non è finita: sapete quanti libri si
vendono con il vecchio, obsoleto, ridicolo sistema delle vendite per
corrispondenza? Dieci su cento. Che vuol dire: venti volte quelli che si
vendono via Internet. Ora la domanda è: perché quei dieci che comprano
i libri per posta non significano niente, e quel mezzo lettore che li
compra online sì? Perché i 199 che vanno in libreria significano meno,
per la gente, dell'unico, eccentrico, che preferisce attaccarsi al
computer? Perché in lui vediamo il nostro futuro e perfino il nostro
presente e negli altri 199 (tra cui con ogni probabilità ci siamo anche
noi) non vediamo niente?
La Borsa. E' vero che possiamo comprare su tutte le Borse del mondo?
Sì, è vero. Si può dire di più: non è sempre stato così, e quindi
è un esempio reale di qualcosa che è cambiato nell'ultimo decennio e
che ha modificato drasticamente le abitudini degli investitori.
Detto questo, mi viene in mente una vicenda di poco tempo fa. I francesi
cercano di comprarsi la Montedison. Interviene il governo italiano e
blocca l'operazione. Risultato: i francesi sono costretti a farsi
comprare la Montedison da Agnelli. Come, in passato, e per restare a
esempi nostrani, la Pirelli non aveva potuto comprarsi la Continental
(pneumatici tedeschi), e De Benedetti non aveva potuto comprarsi la SGB
(mezzo Belgio).
Ci capisco poco di queste storie, ma una cosa la intuisco: se la
liberalizzazione delle Borse è un esempio di globalizzazione, descrive
una globalizzazione che si ferma, però, davanti ai centri nervosi del
pianeta, e in realtà non li intacca. Gran movimento a centrocampo ma
pochi goal. Tutto sommato, per definire un fenomeno del genere,
basterebbe la meno impegnativa e non nuova parola
internazionalizzazione: cioè qualcosa che non genera l'immagine di un
pianeta convertito in unico Paese, ma più modestamente quella di un
pianeta composto di Paesi in grado di scambiare denaro più e meglio che
in passato. Lo spettro del Global sembra ancora piuttosto lontano. Metto
da parte l'indizio, e vado avanti.
La Coca Cola. In genere l'impressione che venda dappertutto è generata
dal fatto che in quei quattro o cinque viaggi fatti in Paesi strani, si
è sempre visto, nei posti più assurdi, l'inconfondibile marchio rosso
con la scritta bianca. Forse bisognerebbe controllare. Interrogata, la
Coca Cola risponde che non è solo un'impressione: loro vendono i loro
prodotti (non solo la Coca) in circa 200 Paesi. Dato che a me risulta
che di Paesi, nel pianeta, ce ne siano 189, la cosa suona piuttosto
strana. Ma comunque: qualsiasi sia il modo di contarli, 200 Paesi sono
tanti, e si possono anche tradurre nell'espressione
"dappertutto". Più interessante mi sembra andare a guardare
dentro quei dati. Dove si può scoprire, ad esempio, il reale potere di
penetrazione della Coca Cola nelle abitudini di un Paese. Un americano
beve, in media, 380 bottigliette di bevande della Coca Cola ogni anno
(tra parentesi: come fa?). Un italiano, 102. Un russo, 26. Un indiano,
4. E' l'indiano, che mi interessa. Quattro volte all'anno è un numero
ridicolo. Se penso a cosa mangio io, solo quattro volte all'anno, devo
pensarci un po', e alla fine mi viene, ad esempio, il sushi. Che
incidenza ha il sushi sul mio stile di vita? Zero. Che influenza ha la
Coca Cola sulla cultura indiana? Minore di quella che istintivamente
pensiamo. Dire che la Coca è dappertutto, è vero: dire che conta
dappertutto, è un'estensione discutibile. E' una deduzione che ci fa
comodo ma che deduce il falso.
Allora la domanda da farsi diventa: come mai le quattro bottigliette di
Coca che beve l'indiano significano qualcosa, e le centinaia di
bottigliette di Coca che non beve non significano niente? Oppure: come
mai i litri di Coca Cola che già vent'anni fa si scolava un brasiliano
si chiamavano commercio estero, e le quattro bottigliette dell'indiano
si chiamano globalizzazione?
Poi c'è la storia dei monaci tibetani. L'immagine dei monaci che, dal
loro monastero in Tibet, navigano allegramente in rete nasce da una
campagna pubblicitaria della IBM di qualche anno fa ("Soluzioni per
un piccolo pianeta"). Come immagine pubblicitaria è geniale. In
modo sintetico, suggerisce quella contrazione di spazio e di tempo che
sarebbe esattamente il marchio della globalizzazione: i monaci sono
qualcosa di antico e di geograficamente molto lontano eppure navigano in
rete, cioè convergono felicemente nel cuore del mondo, nel qui e
adesso. Se lo fanno loro, cosa aspettate a farlo voi? Sintetico e
geniale. Talmente geniale, e facile da usare, che la gente,
istintivamente, ne ha fatto un'icona totemica, e si è messa a usarla.
Funziona così bene che i più hanno smesso anche di chiedersi se è
vera, reputando la cosa di scarsa importanza. I monaci tibetani navigano
davvero in rete? Ecco una domanda diventata inutile. Utile, però, è la
risposta: no. I monaci tibetani non navigano in rete. Interrogato al
proposito, il portavoce dell'Office of Tibet a Londra ha energicamente
escluso che lo possano fare. Ha anche aggiunto un'osservazione che
chiarisce la situazione: "se circola una voce del genere è
probabile che sia propaganda cinese".
Dato che ormai si sarà capito cosa voglio dire quando dico che bisogna
chiedersi se quegli esempi sono veri, sui due esempi che restano vado
via veloce. E' vero che molte aziende ormai producono all'estero,
scegliendo accuratamente dove costa meno farlo. Non fanno eccezione le
aziende automobilistiche. Se però vogliamo, ancora una volta, attenerci
ai fatti, avrei una notiziola da dare: se avete un'auto del Gruppo Fiat,
e non è una Palio o una Siena, la vostra macchina è fatta
sostanzialmente in Italia. Qualcosa vorrà dire.
Quanto ai film di Spielberg, a Madonna e a Michael Jordan, c'è
un'espressione ben precisa per definire cosa sono: colonizzazione
culturale. La globalizzazione implicherebbe un flusso circolare di
denaro e prodotti. Ma, se prendiamo ad esempio il cinema, le cose stanno
così: il mondo vede i film americani, gli americani non vedono i film
del mondo. Ho guardato le classifiche degli incassi dell'ultimo weekend:
ho trovato un solo Paese, nel mondo, che avesse tra i primi dieci
incassi almeno tre film non americani (l'India). Ho trovato un solo
Paese che avesse tra i primi dieci incassi un film straniero non
americano. In compenso: nella classifica dei 140 film più visti in USA
nell'ultimo anno, quanti sono i film non americani? Nessuno. Perché
chiamare tutto questo globalizzazione? Perché non chiamarlo col suo
nome: colonialismo?
Me la vedo già la reazione seccata: adesso arriva questo a spiegarci
che la globalizzazione non esiste. Per cui mi fermo, e chiarisco. Non
sto cercando di dimostrare che la globalizzazione non esiste: non lo so,
io, se esiste. Ma se cerco di scoprirlo, il primo passo è rendere
visibile e poi interpretare questo strano assurdo: la maggior parte di
noi tende a leggere come segnali di globalizzazione fatti che non sempre
sono reali, e quando lo sono potrebbero anche significare proprio
l'opposto di quello che gli vogliamo far dire.
Un'indagine sull'e-commerce offrirebbe dei dati che facilmente
potrebbero smontare l'idea di una globalizzazione in atto: ma la gente
preferisce isolare quell'uno su duecento che compra un libro in Internet
e dargli un significato che agli altri 199 non riconosce. La notizia è
lui, non gli altri.
Perché? Dove nasce questa strana forma di strabismo che ci porta a
vedere solo i sintomi della malattia che vogliamo trovare, e non gli
altri? Come è spiegabile questa collettiva voglia di usare la categoria
di globalizzazione a prescindere da ciò che accade veramente nel
pianeta? E' accaduto tutto così, naturalmente, o c'è qualcuno che ha
lavorato alla grande per procurare al pianeta (o meglio: all'Occidente)
questo singolare strabismo? A chi conviene che la gente guardi il mondo
in quella buffa maniera? Domande che non sono prive di risposte.
Come si vedrà nel prossimo articolo.-
IL DENARO DIETRO A TUTTO
-Dunque, dicevo. C'è una strana tendenza collettiva a definire la
globalizzazione ricorrendo a esempi palesemente falsi (i monaci tibetani
che navigano in Internet), o veri a metà (la liberalizzazione del
mercato finanziario) o veri ma quantitativamente irrilevanti (l'indiano
che beve la Coca, quelli che comprano i pannolini in rete). Se mi si
passa l'immagine, sarebbe un po' come dire che due che fanno l'amore
sono definibili come un'orgia a cui tutti gli altri non sono ancora
arrivati. Curioso modo di pensare. Dove nasce questa innaturale
vocazione all'acrobazia logica? Come è successo che il realismo della
gente abbia accettato una simile incursione dell'immaginario?
Proviamo con una storiella. Siete a passeggio, in centro, il sabato
pomeriggio, in mezzo a un sacco di gente. Improvvisamente vedete quattro
persone (non di più: quattro) mettersi a correre all'impazzata gridando
di terrore. In una frazione di secondo vi trovate a dover decidere tra
queste due possibilità: sono quattro pazzi o sono quattro persone che
hanno visto qualcosa che voi non avete visto: una casa che sta crollando
sulla vostra testa, o un pazzo che impugna un mitra e sta per sparare.
Se optate per la prima, continuate la vostra passeggiata scuotendo la
testa. Se scegliete la seconda, iniziate a correre e a gridare. Mentre
state pensando a tutto questo, altri umani, più veloci di voi, hanno
già deciso e stanno già correndo. I quattro sono diventati magari
venti. Il vostro cervello lavora, e giustamente inizia a inclinare per
la fuga. E' sorprendente come in una circostanza simile ciò che fanno
in quattro, o in venti, conti più di quello che non fanno gli altri
mille. Ma è così. Prima o poi, c'è da giurarlo, vi mettete a
strillare e a correre anche voi. Influenzando, a vostra volta, altri
umani ancora più irresoluti di voi.
Se, in quel momento, qualcuno vi fermasse e vi chiedesse "Cosa sta
succedendo?", voi, in realtà, non sapreste esattamente cosa
rispondere. Probabilmente direste: stanno fuggendo tutti. Se qualcuno vi
ferma e vi chiede "Cos'è la globalizzazione?", facilmente voi
dovreste ammettere che non lo sapete. Ma fareste degli esempi: posso
comprare tutto in Internet, la Coca Cola è dappertutto, i monaci
tibetani navigano in rete, e posso comprare azioni in tutte le Borse del
mondo. Stanno fuggendo tutti. In realtà quelli che stanno fuggendo sono
ancora solo venti su mille, e magari non stanno nemmeno fuggendo, stanno
solo correndo, o magari sono pazzi, o magari sta solo arrivando il
pullman: ma quello che vi ritrovate a dire è: stanno fuggendo tutti. E'
tutto ciò che potete dire. E ciò che è più importante: mentre state
fuggendo.
E' ciò che sta succedendo nella testa della gente a riguardo della
globalizzazione? Credo di sì. Un meccanismo del genere si sta macinando
il mondo, o quanto meno l'Occidente. Il che ci introduce al cuore del
problema. Che è una domanda: chi ha organizzato il gioco? Chi ha fatto
crollare la casa sulla testa della gente o ha assoldato i primi quattro
che scappavano? Non è pensabile che tutto sia iniziato per caso, e
neanche che tutto possa andare così liscio, dopo, come una slavina.
C'è troppa forza di inerzia, nello scivolare del pianeta verso la
globalizzazione, per credere che non sia un cammino guidato, perfino
controllato, passo dopo passo, e costantemente alimentato. Non basta
capire come funziona il motore: sarebbe utile sapere chi sta continuando
a metterci la benzina.
Allora una cosa che può essere utile è pensare semplice. Come sempre,
quando le cose sono troppo complicate. Pensare semplice. Qual è il
propellente della globalizzazione? I soldi. Forse non è inutile
ricordarlo: ridotta all'osso e privata degli orpelli, la globalizzazione
è una faccenda di soldi. E' un movimento del denaro. E' il denaro che
cerca un campo da gioco più vasto, perché confinato nel solito terreno
non può moltiplicarsi più di tanto e muore d'asfissia. Se voi
producete stracchino, e siete diventato il leader del settore, e non
potete pretendere che la gente della vostra città spenda ancora più
soldi per comprare stracchino di quelli che già spende, allora, se
volete continuare ad arricchirvi, avete una sola possibilità: vendere
il vostro stracchino nella città vicina, e magari andarlo a produrre
là, mungendo le vacche altrui. Per secoli, praticare questo trucchetto
ha significato una sola cosa: fare la guerra. Invadere la città vicina.
Comunque ve l'abbiano raccontata, la guerra è sempre stata fatta per
rimettere in movimento i soldi, per conquistare altri mercati, per
entrare in possesso di risorse altrui. Per far respirare il denaro.
La globalizzazione ha questo, di rivoluzionario: è un modo per far
respirare il denaro attraverso la pace. Non solo non le serve la guerra:
ha bisogno della pace. Non venderete mai stracchino in un Paese che è
in guerra col vostro; né andrete a produrlo in un posto che rischia di
essere bombardato, neanche se vi regalano il latte. Anche solo come
ipotesi, la globalizzazione non sarebbe mai potuta nascere se non in un
mondo senza guerra. Non voglio dire che il denaro è diventato
improvvisamente buono, e ha deciso di non usare più lo strumento della
guerra: voglio dire che in questo momento gli sembra tecnicamente più
facile usare la pace. Il prezzo della guerra è diventato talmente alto,
in termini di sofferenza e di destabilizzazione del sistema, da
suggerire un'altra tecnica. Il denaro occidentale ha conquistato i Paesi
comunisti sostanzialmente comprandoli: la soluzione si è dimostrata
infinitamente più pratica che sganciare un paio di bombe atomiche. Solo
cinquant'anni fa, sganciare le stesse era ancora l'unico sistema
conosciuto.
Non è difficile capire come questa sia una svolta vertiginosa, e, in un
certo senso, una "prima volta" nella storia dell'umanità. Il
denaro che decide di muoversi non usando la guerra ma usando la pace. Il
minimo che si possa immaginare è che i problemi siano molti e che tutto
ciò sia realizzabile solo a condizione di una decisione collettiva, di
una adesione di massa, anche irrazionale, al progetto. Ed è qui, in
questo esatto punto, che nasce la parola globalizzazione e il suo mito.
Se posso fare un paragone, quello che mi viene in mente è il West.
Anche lì l'obbiettivo era di allargare il terreno di gioco del denaro
per permettergli di riprodursi. La cosa si presentava in termini molto
elementari: il West era l'allargamento ideale del campo da gioco:
chilometri di terra solo da andare a prendere e da riempire di
consumatori. L'unico problema era, per il mondo di allora, la distanza.
Ed ecco la soluzione: la ferrovia.
Un po' come Internet oggi, la ferrovia riduceva gli spazi e il tempo.
Avvicinava quello che era lontano. Faceva di uno spazio enorme un unico
Paese. Bisognava però costruirla, e per farlo occorreva denaro, e per
trovarlo bisognava che un po' di gente ci rischiasse i propri soldi, e
ancor di più bisognava che un sacco di gente pensasse realmente di
salire su quel treno e di andarsi a rifare una vita a migliaia di
chilometri di distanza. Bisognava che un sacco di gente credesse che il
West esisteva davvero. Bisognava spingere la gente al di là di quello
che poteva ragionevolmente verificare, e portarla a credere senza
toccare, a fidarsi senza avere le prove, e desiderare qualcosa senza
nemmeno sapere bene cos'era. Bisognava rendere il West reale nella testa
della gente, prima ancora che diventasse qualcosa di vero nella realtà.
Non sarebbero mai partite, quelle ferrovie, se non fossero riusciti a
metterci sopra, prima ancora di costruirle, la fantasia della gente. Non
avrebbero nemmeno trovato i soldi per farle. In questo senso il West è
un prototipo perfetto di una particolare situazione: qualcosa che non
esiste ma che può diventare reale a condizione che tutti credano che
esista.
Dieci anni fa, la globalizzazione era esattamente una cosa del genere.
Una cosa che non esisteva ma che poteva diventare reale: a patto che
tutti si convincessero che esisteva. I capitali hanno costruito le
ferrovie: sono andati a produrre in Paesi lontani, hanno imparato ad
usare la pace per poter accedere a mercati fino ad allora preclusi,
hanno abbattuto gli steccati che asfissiavano i mercati finanziari,
hanno cavalcato la rivoluzione di Internet, hanno moltiplicato le
possibilità di consumo, hanno rischiato capitali immensi per costruire
binari dappertutto. Ma per far partire effettivamente il treno bisognava
che il mondo ci salisse sopra. Per mettere in movimento il denaro,
bisognava che si muovessero i soldi di tutti. Per costruire un nuovo
campo di gioco era necessario che tutti avessero voglia di scendere in
campo. In un certo senso era necessario che l'immaginazione collettiva
saltasse al di là dei fatti, per poi tirarseli dietro. Quel salto
nell'immaginario, ha un nome: globalizzazione. Il nostro West.
Globalizzazione è il nome che diamo a cose come internazionalismo,
colonialismo, modernizzazione, quando decidiamo di sommarle ed elevarle
ad avventura collettiva, epocale, epica. Chiedersi se esiste o no, è
una domanda senza risposta perché è una domanda mal posta: dipende.
Contrariamente alle apparenze, gli esempi che la gente fornisce per
definire la globalizzazione non sono scemi, ma mirabilmente esatti, e
aiutano proprio a pronunciare quella domanda in modo più corretto.
Proprio perché sono falsi, o veri a metà, o irrilevanti, colgono nel
segno: dicono che la globalizzazione è una proiezione fantastica che,
se considerata reale, diventerà reale. Prendete i soliti monaci. I
monaci tibetani non navigano in rete, ma se tutti pensano che lo
facciano, e tutti si comportano di conseguenza, tutti finiranno per
produrre un mondo in cui i monaci tibetani navigheranno effettivamente
in rete. C'è una definizione più esatta di globalizzazione?
La globalizzazione è un paesaggio ipotetico, fondato su un'idea: dare
al denaro il terreno di gioco più ampio possibile. Chi ha inventato
quel paesaggio, e chi lo sponsorizza ogni giorno? Il denaro. Quello dei
grandi capitali, certo, ma anche il nostro, il piccolo denaro di chi
lavora normalmente e se ci pensa bene si accorge che la struttura in cui
lavora sta spingendo verso la globalizzazione, magari soltanto aprendo
un sito WEB, o tentando l'e-commerce, o pubblicando una notizia
piuttosto che un'altra, o muovendosi, nel proprio piccolo, come se la
globalizzazione fosse già in atto. Un lavoro meticoloso che alla fine
ha ottenuto il suo scopo.
C'è da stupirsi? Non tanto. In passato, e ripetutamente, il denaro è
riuscito a convincere milioni di umani a farsi ammazzare in prima linea:
perché non dovrebbe riuscire a convincerli di abitare il Paese del
Bengodi? Per la sola misera ragione che quel Paese non esiste ancora?
No. Deve stupire, se mai, che tutto non sia andato liscio come poteva.
Ed è questo il punto in cui entra in scena il movimento dei no-global.
I no-global sono quelli che, d'improvviso, son scesi dal treno. Il West
gli puzzava. E sono scesi. E hanno detto che il re è nudo. E hanno
detto che la nuova frontiera non era la loro nuova frontiera. Era un
sogno di altri. E un sogno nemmeno tanto pulito.
Cosa pensare di loro? Son dei pazzi o son gli unici rimasti lucidi? Son
dei luddisti o dei profeti? Condannano i poveri del pianeta alla
miseria, o li difendono? Visto che un'idea bisogna farsela, proviamoci.-
QUELLI DI GENOVA
-Puntata dedicata agli antiglobalizzatori, detti noglobal. Quelli che
sono scesi dal treno, quelli a cui il sogno della nuova frontiera sembra
un sogno di altri, e neanche troppo pulito. Pazzi o profeti?
Torniamo a Genova, e proviamo a partire da lì. Perché si fa un G8?
Perché otto famosissimi Capi di Stato che protrebbero tranquillamente
riunirsi in videoconferenza, o trovarsi clandestinamente in una fattoria
del Connecticut, si mettono in vetrina costringendo un'intera città a
militarizzarsi? Forse perché sono scemi? No: perché sono uno spot. Non
sono lì a decidere qualcosa (potrebbero farlo benissimo in altri modi),
sono lì per farsi vedere. Sono lì a fare i testimonial. Di che? Della
globalizzazione. Sono lì a dire che mezzo pianeta si muove ormai come
un unico Paese. Sono lì a testimoniare che il West c'è, è vero, ed è
già una figata pazzesca. Sono lì perché così li vede il piccolo
industriale veneto che ha i suoi primi timidi commerci con la Russia, e
si convince che non deve aver paura a investire laggiù; sono lì per
dire davanti al pianeta che si piacciono e non si faranno mai la guerra,
e che quindi le multinazionali possono andar tranquille, costruire, far
girare denaro, e aspettarsi milioni di volonterosi consumatori; sono lì
per attestare che sono ricchi, volenterosi e moderni, così ai media
sarà più difficile mantenere la lucidità per capire se lo sono
veramente; sono lì per comunicare ottimismo, fiducia nel futuro, e
unità di intenti: lubrificanti senza i quali il motore della
globalizzazione finirebbe in pezzi. Sono lì per vendere il West: il
sogno del West.
E i ragazzi in tuta bianca? Che ci facevano lì, a Genova?
Interrompevano lo spot. Pisciavano sul dépliant. Stracciavano il grande
manifesto. Non interrompevano la globalizzazione: ne boicottavano la
campagna pubblicitaria. Istintivamente, miravano al cuore della
faccenda. Sfilare a Genova, davanti al grande spot, e non in Indonesia,
davanti a una fabbrica di scarpe Nike, non è solo più pratico:
colpisce la globalizzazione là dove è più debole: nell'istante in cui
vende se stessa alla gente. Sfasciare tutti i McDonald's della terra è
tremendamente faticoso: ridicolizzare i testimonial che ce li vorrebbero
far passare come una fortuna, questo ha l'aria di essere più efficace.
Dunque: ecco una cosa da capire sui noglobal: prima ancora di chiedersi
cosa pensano del mondo globalizzato, quelli si indignano per come ce lo
stanno vendendo, e per la propensione collettiva a bersi l'epopea di
quel misterioso West senza farsi troppe domande. Soprattutto i più
giovani: sono noglobal perché è un modo di provare ad avere un
cervello libero, indipendente, non ipnotizzato dalle grancasse del
potere: hanno voglia di uscire dal gregge, e di sbeffeggiare il pastore.
Poi magari non sanno nemmeno bene cos'è la globalizzazione, o non ci
hanno mai veramente ragionato su. Ma, d'istinto, fanno casino. Che sia
Vietnam o globalizzazione, cambia poi poco: c'è sempre una fetta di
umanità che non ci sta, che si rivolta all'inerzia con cui la
maggioranza adotta gli slogan che qualcuno ha inventato per loro. Sono i
ribelli. Dovremmo condannarli, per la sola ragione che non saprebbero
sostenere un dibattito sulla globalizzazione? Non credo. Piuttosto
dovremmo difenderli dall'estinzione: sono la nostra assicurazione contro
tutti i fascismi. Sono il batticuore che ci tiene svegli, nella notte
del nostro buon senso. Dice: sì, ma sulla globalizzazione hanno torto.
Anche se fosse vero non importa. La prossima volta avranno ragione, e
sarà la salvezza per tutti. Non pioveva il giorno in cui Noè si mise a
costruire l'Arca. C'era un sole che spaccava le pietre.
Detto questo, è doveroso aggiungere: non sono tutti ribelli e basta. Ce
n'è un sacco che sanno di cosa parlano, credono sinceramente che la
globalizzazione sia una pessima idea, e pensano di conoscere bene i
guasti che può provocare, o che addirittura già provoca. Molti e
autorevoli commentatori li bollano come irresponsabili che rischiano di
fermare un processo destinato a produrre ricchezza collettiva, progresso
e pace. Possibile che abbiano ragione? Magari un po' confusamente, e
ognuno seguendo i temi che più gli stanno a cuore, i noglobal portano
in superficie un tratto effettivo, mi verrebbe da dire storico, della
globalizzazione: essa non è solo un ampliamento del campo da gioco, ma
anche un cambiamento delle regole del gioco.
Detto più semplicemente possibile: il mondo globalizzato è un paradiso
che si riesce a costruire solo sospendendo una parte consistente delle
regole fin qui rispettate. Un buon indizio è il trionfo delle
cosiddette "zone franche": pezzi di mondo in cui è possibile
produrre e commerciare con una pressione fiscale minima, con
insignificanti controlli sindacali, con nessun problema di tutela
dell'ambiente: cioè quasi senza regole. Non a caso è lì che le
multinazionali (e non solo loro) sono andate a cercare l'ossigeno
necessario per realizzare la globalizzazione. Oggi, in quelle zone,
lavorano 27 milioni di persone. Un'enormità. Poiché spesso sono
lontane dall'Occidente, danno soprattutto l'allegra impressione di
un'economia che si globalizza: ma è indispensabile ricordarsi che esse
stanno lì a suggerire qualcosa di più scomodo: la globalizzazione
accade dove è possibile giocare duro. Non è un caso, d'altronde, che
il progetto della globalizzazione sia nato proprio quando nell'Occidente
si è iniziato a inclinare verso una deregulation generalizzata che
lasciasse la mani libere agli investitori. Da Reagan e Thatcher fino a
Blair e Schroeder, l'idea che si è affermata è che se si vuole
moltiplicare il denaro bisogna cinicamente concedergli di circolare in
libertà, senza asfissiarlo con troppe regole. L'idea, per quanto possa
sembrare cervellotica, è che il miglior modo di aiutare i poveri è
aiutare i ricchi a moltiplicare il denaro: qualcosa finirà in tasca
anche ai poveri. Vera o falsa che sia, quell'idea rappresenta il
puntello ideologico indispensabile per qualsiasi globalizzazione. E' il
prezzo da pagare per l'ingresso al Paradiso.
Se cerco un'espressione, semplice e brutale, per nominare cosa tiene
insieme un sistema del genere, quasi privo di regole, mi viene in mente:
la legge del più forte. Lo scrivo senza prudenze, perché ne sono
convinto: chi vende oggi la globalizzazione chiede in cambio una
libertà d'azione che riconosce un unico principio regolatore: la legge
del più forte. La globalizzazione ha bisogno di una competizione dura,
radicale e impietosa, ha bisogno di grandi profitti per fare grandi
investimenti, ha bisogno di selezione perché fa un gioco duro e non
può tirarsi dietro soggetti deboli. Puramente e semplicemente: le serve
un terreno di gioco dove l'unica regola sia che il più forte vince. A
costo di semplificare, voglio dire che questo è l'esatto punto in cui i
noglobal scendono dal treno e rinunciano al West. Benché le loro
rivendicazioni siano tante e diverse, potete raccoglierle tutte sotto un
unico cappello: il rifiuto di un mondo regolato dalla legge del più
forte. Di volta in volta mettono nel mirino singole tessere del
paesaggio: lo sfruttamento dei lavoratori nei paesi poveri, il divario
vertiginoso tra ricchi e poveri, l'uso e l'abuso dell'ingegneria
genetica, la massificazione culturale, il disprezzo per i diritti dei
consumatori. A discuterle una per una si diventerebbe vecchi: più utile
sembra capire che sono sintomi diversi di un'unica malattia:
l'orientarsi del pianeta verso una competizione con poche regole, dove
quasi tutto è permesso, dove il profitto è l'unico indicatore di
forza, e dove il più forte vince, tout court. E' quel mondo che i
noglobal, non sempre consapevolmente, tengono nel mirino. Chiedervi se
siete pro o contro la globalizzazione non significa chiedervi se siete
favorevoli ai cibi transgenici, o se vi piace la Nike, o se vi fa paura
la scomparsa dei dialetti, o se le paghe dei cinesi che fanno le vostre
scarpe vi sembrano giuste o schifose. Significa chiedervi se, per
abitare un mondo più ricco, siete disposti ad abitare un mondo
selettivo, competitivo, duro, in cui vige sostanzialmente la legge del
più forte, e dove i vincitori vincono e gli sconfitti perdono.
Tanto per aiutare nella risposta, vorrei ricordare che una buona fetta
del secolo appena passato è stata dedicata a evitare un mondo del
genere. Mai come negli ultimi cent'anni si è cercato esattamente un
modo di convivere e arricchirsi senza essere costretti ad arrendersi
alla legge del più forte. In modo eclatante e compiuto, lo hanno fatto
due grandi progetti: il socialismo reale e l'idea di Stato
assistenziale. Adesso suonano entrambe come bestemmie, ma in origine
erano esattamente questo: cercare un sistema che non bloccasse lo
sviluppo, ma evitasse un campo aperto dove il più forte schiacciava il
più debole e amen. Perché cercavano un simile obbiettivo? Perché
erano buoni? No. Perché erano scioccati. Scioccati dalla vita disumana
dell'operaio europeo di fine ottocento, scioccati dalle famiglie
americane sprofondate da un giorno all'altro nella miseria da una crisi
di Borsa incomprensibile. Avevano capito che un mondo senza rete, senza
redistribuzione della ricchezza, senza tutela per i più deboli, era un
mondo che produceva inaudite sofferenze e, oltretutto, ti si poteva
rivoltare contro in un attimo: una specie di centrifuga che tritava
destini e che, se non reggevi il ritmo necessario a rimanere in centro,
ti espelleva velocemente verso orbite di miseria da cui non ti tiravi
più fuori. Non erano buoni. Erano scioccati.
Che ne è stato di quello choc? Dimenticato? Perché suona progressista
predicare la liberalizzazione di tutto e tutti, quando in sostanza non
è che la restaurazione di un mondo come quello che decenni fa abbiamo
cercato di far fuori? Nessuno si accorge che i reportages dalle
fabbriche del terzo mondo raccontano un orrore che è assurdamente
identico a quello che Zolà raccontava in Germinale, parlando di
minatori che vivevano centotrenta anni fa? Come fanno le sinistre
europee a schierarsi al fianco della globalizzazione senza riflettere
sui risvolti crudeli che avrebbe per i deboli della terra? Possibile che
basti a convincerle l'obiezione che con cinquanta centesimi di dollaro
al giorno almeno si vive, mentre senza la fabbrica che fa palloni
neanche si campa, laggiù? (Era lo stesso per i minatori di Zolà: lo
stesso paradosso logico: e 130 anni non sono bastati a trovare una
soluzione più degna?) Possibile che ci vogliano due aerei lanciati ad
azzerare le Twin Towers per ricordare che la legge del più forte non è
una garanzia per nessuno, nemmeno per il più forte?
Possibile. Quel che accade è che gran parte dell'Occidente si sia
innamorato di un'idea (la globalizzazione) e regolarmente rimuova il
ricordo del prezzo che dovrebbe pagare per averla. Si può anche capire.
La globalizzazione, se reale, produce effettivamente ricchezza,
modernità, e pace: obiettivamente ce n'è abbastanza per dimenticare
quelli che, con squisito eufemismo, alcuni hanno definito, nei giorni di
Genova, "degli inconvenienti". L'inconveniente è che quel
mondo più ricco, più moderno, quasi completamente in pace sarebbe un
campo aperto regolato dalla legge del più forte. La domanda era: i
no-global sono pazzi o profeti? Io so che chiariscono i termini della
decisione collettiva a cui siamo chiamati: e che ci mettono davanti al
panorama vero del nostro tempo, così diverso dalla cartolina truccata
che vendono negli empori del potere. Per cui aiutano. E' chiaro però
che la loro attendibilità si gioca in un punto ben preciso: la
capacità di formulare un plausibile modello alternativo, capace di
salvare i tratti positivi della globalizzazione (la circolazione delle
idee, la fine dei nazionalismi, l'uso della pace come vettore economico)
senza obbligare a pagare prezzi altissimi in termini di sofferenza e di
barbarie sociale. Quel modello è un'ingenua utopia? E' qualcosa di più
di una cieca fiducia nella possibilità di avere la botte piena e la
moglie ubriaca? Ammesso che una risposta sia già possibile, ad essa
proverò a dedicare il prossimo e ultimo articolo.-
BEETHOVEN CON LE NIKE
-Immaginare una globalizzazione che non ferisca a morte il pianeta: che
sia umana, prodotta "dal basso", civile e morale. Si può? Io,
sulla faccenda, non ho certezze da offrire. Posso giusto avanzare un
sospetto: la globalizzazione buona è fatta con gli stessi mattoni della
globalizzazione cattiva. Usati diversamente, ma i mattoni sono quelli.
Ciò che i noglobal tendono a distruggere, sono spesso gli stessi
materiali che ci servirebbero per costruire una globalizzazione
"buona". Un moralismo un po' ottuso e una falsa intelligenza
vittima dei luoghi comuni spingono troppo spesso a demonizzare ciò che
invece andrebbe reinterpretato, e usato come materiale per sogni
migliori. Provo a spiegarmi con due esempi. Due spettri della
globalizzazione: lo strapotere dei brand, dei grandi loghi, e la
massificazione culturale. Due realtà su cui, non a torto, si è
concentrata la denuncia dei noglobal. Vediamo.
I brand. Nella polemica contro il loro potere si fondono due critiche
distinte: la prima è più circostanziata: le grandi marche fanno affari
sfruttando il lavoro dei Paesi poveri. Come sempre, è meglio partire da
una domanda elementare: è vero? Devo sintetizzare, e così abbozzo una
risposta: sì, è vero, anche se una certa propensione a non farsi
troppe domande e a concludere sbrigativamente le indagini è rilevabile
in tutti i tentativi di dare una descrizione dei fatti. La faccenda è
probabilmente più complessa di quanto piaccia pensare, ma in definitiva
non è errato affermare che molte multinazionali producono enormi
profitti anche in virtù del fatto che le loro merci sono prodotte, nei
Paesi più poveri, a costi bassissimi, in certo modo illogici, e
probabilmente immorali.
Seconda critica: i grandi brand si sono impossessati dell'immaginario
collettivo, lo gestiscono a loro piacimento e trasformano gli individui
in consumatori lobotomizzati. Dato che nessuno gli sbarra la strada, la
loro presenza è ormai talmente invasiva da individuarli come il vero
Potere, assai più efficace, capillare e onnipresente dei poteri
politici, o religiosi, o civili. Com'è ovvio, qui l'obiezione suona
più irrazionale ed evanescente. Ma, va detto, non è campata per aria.
Una bella ricostruzione di tutta la faccenda la potete trovare
effettivamente nel fortunato libro di Naomi Klein, No logo: leggete le
prime 200 pagine e vi farete un'idea. Abbastanza lucidamente vi si
raccontano i fatti, puri e semplici. Non tutto sarà vero o ben
compreso, ma se solo metà di quello che c'è lì dentro fosse reale, ce
ne sarebbe già abbastanza per crederci.
Ora: di fronte a fatti del genere l'istinto, ovviamente, è quello di
puntare i piedi e resistere. Muro contro muro, e poi si vedrà. Ma
quella che vorrei suggerire è un'altra possibilità: prendere quei
fatti e guardarli da vicino, e provare a pensarli da capo. Ad esempio:
si potrebbe prendere sul serio la circostanza, effettivamente curiosa,
che, nonostante la diffusa avversione per le multinazionali, la gran
parte di noi se ne serve senza nessun problema. Se non siete dei
militanti noglobal, è probabile che abbiate delle scarpe Nike o Adidas,
che fumiate Marlboro o Philip Morris, che portiate i vostri bambini a
vedere i film della Walt Disney, che mangiate da McDonald's e che in
questo momento abbiate addosso delle mutande Calvin Klein.
Cerco di dirlo in modo più esatto: è probabile che alla gran parte di
noi il mondo allestito sulla rete delle grandi marche non sembri affatto
un luogo inumano, ma al contrario, un mondo vivo, in qualche modo ricco,
e comunque interessante da abitare. E' abbastanza normale che ci appaia
come un mondo sostanzialmente libero, una specie di giostra su cui
saliamo quando vogliamo, scendiamo quando vogliamo, saliamo pensando
"Che boiata", scendiamo pensando "Torno domani".
Dobbiamo concludere che siamo ormai così lobotomizzati da non capire
più niente? Sarebbe comodo. Ma temo che la verità sia diversa. La
verità è che siamo solo blandamente lobotomizzati. Siamo lucidi,
quando partecipiamo alla grande festa, lo facciamo con il cervello
innestato, con una parte del nostro cervello che non possiamo sminuire,
ma se mai dobbiamo capire.
La nostra intelligenza si muove così perché conosce quel terreno. E
quando l'istinto al moralismo non la ferma, smette di barare con se
stessa e si attiene ai fatti. I fatti sono che quando comprate una
scarpa della Nike pagate centomila lire per pagare il nome e
cinquantamila per comprare la scarpa. Siete scemi? No. State comprando
un mondo, che ve ne frega di quanto valga, in cuoio, gomma e lavoro,
quella scarpa? Comprate un mondo. Gente libera che corre, quasi sempre
bella, tendenzialmente elastica come Michael Jordan, comunque molto
moderna. Voi, in quel mondo. Con 150 mila lire. Se vi sembra un gesto
infantile o idiota, allora pensate a questo. Andate a concerto.
Beethoven. Musica di Beethoven. Avete pagato il biglietto. Cosa avete
comprato? Un po' di musica? No, un mondo. Un brand. Beethoven è un
brand, costruito nel tempo sulla figura di un genio sordo e ribelle,
alimentato da due generazioni di musicisti romantici che ne hanno creato
il mito. Da lui discende, direttamente, un brand ancora più potente: la
musica classica. Un mondo. Voi non avete comprato un po' di musica: nel
prezzo c'è anche la sala da concerto, la gente che vi sta attorno,
quella sensazione di essere intelligenti e nobili, l'iscrizione a un
club piuttosto riservato e tendenzialmente selettivo. Avete affittato un
mondo. Per abitarlo. Ve l'hanno costruito con infinita abilità, e voi
lo comprate. L'hanno costruito perché erano buoni e intelligenti? Forse
lo erano, ma certo l'hanno costruito per la stessa ragione che ha spinto
la Nike a costruire il suo: soldi. Che mi risulti Beethoven scriveva per
soldi, e da lui fino all'odierno discografico, e al pianista che sta
suonando per voi, quel che avete comprato è stato costruito da gente
che voleva tante cose, ma tra le tante una: i soldi.
Lo so che fa effetto dirlo, ma quello che tanto ci fa senso, quando si
tratta di scarpe o di hamburger, è un'esperienza che facciamo, senza
nessuna resistenza, quando in ballo ci sono cose più nobili. Beethoven
è un brand. Lo sono gli impressionisti francesi. Lo è Kafka. Lo è
Shakespeare. Lo è anche Umberto Eco. E perfino Repubblica. Sono mondi.
Che significano assai più di quel che sono. Hanno le loro regole, e noi
le accettiamo. Per dire: ci convinciamo che le patatine di McDonald's
sono buone con la stessa illogica arrendevolezza con cui accettiamo che
Beethoven non abbia mai scritto un pezzo brutto e inutile, che tutto
Shakespeare sia geniale, e che Repubblica scriva sempre la verità. Fa
parte del gioco. Ed è un gioco di cui noi abbiamo bisogno.
Noi siamo portati a preferire tutto ciò che ci si offre con la forza
organica di un mondo, non solo con la pura presenza di un oggetto, per
quanto bello. Noi siamo grati a chi riesce ad allestire mondi. Sono
assicurazioni contro il caos, sono organizzazioni salvifiche del reale.
Non credo ci sia bisogno di annotare come il mondo allestito da Kafka
sia più ricco, complesso e intelligente di quello studiato dai
McDonald's. Lo sappiamo. Ma questo non ci deve impedire di capire che il
gioco è lo stesso, che il tipo di esperienza è la stessa, che il mondo
di Kafka non è più vero di quello di McDonald's, che la visita a una
mostra di impressionisti francesi muove il nostro cervello esattamente
come un giro a Niketown, e che, insomma, noi quella esperienza la
conosciamo, ne facciamo largo uso, la usiamo per tramandare cose
degnissime, e finalmente non la temiamo, non crediamo sia il demonio, se
c'è il demonio, è altrove. Dice: sì ma Beethoven non sfruttava
indegnamente gli indonesiani, per fare le sue scarpe. Al che si potrebbe
obiettare, a voler essere cinicamente polemici, che gran parte della
musica classica nacque perché pagata da un mondo aristocratico che
quanto a sfruttamento non scherzava affatto. Ma il punto, in realtà, è
un altro. Se la Nike sfrutta i lavoratori va fermata e basta. Ma far
riverberare la nostra condanna, tout court, sul concetto di brand,
demonizzando il tipo di esperienza che suggerisce, è controproducente:
rende inservibile una categoria, quella di brand, che invece è
storicamente insita nella nostra cultura, e che probabilmente è
inscindibile da qualsiasi idea di globalizzazione, comprese quelle più
umane e positive. Come costruire qualcosa se buttiamo via gli strumenti
per farlo?
Posso fare un altro esempio scomodo? La massificazione culturale. E'
vero che la globalizzazione porta a un mondo monoculturale, coagulato
sull'asse di una medietà tendente al basso? Probabilmente è vero. Se
dovete fare un film che, assurdamente, deve piacere a tutto il pianeta
(è esattamente quello che fanno a Hollywood) dovete procedere per
stereotipi comprensibili a tutti, dovete essere chiari fino all'idiozia,
dovete parlare un linguaggio universale, dovete sintetizzare e
semplificare fino all'assurdo. Centinaia di film del genere
contribuiranno a creare un preciso gusto nel pubblico, allineandolo
sull'asse di una facile medietà: e con questo è avviato un circolo
vizioso che, effettivamente, tende a riassumere le infinite differenze
del pianeta in una sintetica ammucchiata al centro.
Detto questo, adesso provate a pensare. Omero. Iliade e Odissea. Grandi
enciclopedie in versi, in cui trovate l'indice completo del sapere dei
Greci, dalle ricette di cucina alle regole della guerra. Capolavori
altissimi, si dice. Lo specchio esatto di una grande civiltà. Giusto.
Ma a che prezzo? Pensateci. Se dovete raccontare l'Uomo Greco, è chiaro
che dovete innanzitutto produrlo, prendendo l'infinita varietà e
ricchezza degli uomini greci e riassumendola, semplificandola,
sintetizzandola in un unico modello tipico. Quel che ottenete alla fine
è qualcosa di molto efficace ma irrimediabilmente riduttivo. E tutti
quei greci a cui Achille sembrava un pazzo sanguinario, e la geografia
degli dei una roba obsoleta, e il culto della guerra un'idiozia? Dove
son finiti? Non esistevano? Eccome, se esistevano. Possibile che ci
fosse un solo modo di costruire uno scudo, o di vestirsi, o di intendere
la vita? No. La Grecia era piena di greci che in Omero non ci sono, come
il mondo è pieno di gente che nei film di Hollywood non è prevista.
Omero è la cultura dei vincenti, dei più, di quelli che avevano avuto
successo. Rassegnatevi: Omero era gli americani. Questo non ci impedisce
di considerare, a ragione, l'Iliade un capolavoro, e l'Odissea uno dei
pilastri dell'immaginario occidentale. Non è strano?
Accusare la globalizzazione di contrarre la libertà collettiva,
riducendo la complessità del mondo a pochi modelli riassuntivi, è un
modo di partire da premesse vere per arrivare a conclusioni false. E'
vero che la globalizzazione tende a muoversi in quel modo, ma non è
vero che la cosa, in se per sé, sia da demonizzare. La storia
dell'occidente è, in definitiva, la storia di analoghe compressioni
della libertà collettiva: una delle più deleterie globalizzazioni,
quella che costrinse l'arte dell'intero occidente a essere solo arte
sacra, tagliando via di netto la vita quotidiana dai suoi soggetti, ha
prodotto alla fine centinaia di capolavori, e secoli di grandezza
artistica: il fatto (di per sé assurdo) che potessero solo dipingere
madonne, confuta la bellezza di quelle madonne? Neanche per sogno. E la
vertiginosa raffinatezza della filosofia scolastica, è in qualche modo
ridimensionata dal fatto, di per sé assurdo, che quella intelligenza
era confinata nella galera del pensiero teologico? Non credo. E la
musica classica? Il linguaggio armonico di Mozart, confrontato a quello
di un polifonista fiammingo del 500, suona come una semplificazione da
asilo infantile: ma senza quella assurda contrazione delle possibilità
espressive, non sarebbe mai nata quella che noi chiamiamo musica
classica.
I brand, la massificazione culturale. Volevo suggerire come capire i
termini del problema non sia così semplice come sembra. La prima
risposta non è quella che conta. L'opposizione istintiva, pura e
semplice, non è quello che ci serve. Quei temi, come mille altri, sono
un campo aperto in cui un pensiero capace di resistere ai luoghi comuni
saprebbe allestire un futuro vivibile, sottraendone la gestione ai
manager di turno. Posso sbagliarmi, ma l'idea che una globalizzazione
umana sia possibile, passa attraverso quella rivoluzione culturale:
implica che il mondo accetti di pensare il futuro, e la smetta di
difendere un passato che non è mai esistito. Non credo che se c'è una
globalizzazione "buona" la possano realizzare cervelli che
distruggono i McDonald's o vedono solo film francesi. Ho in mente
qualcosa di diverso. Ho in mente gente convinta che la globalizzazione,
così come ce la stanno vendendo, non è un sogno sbagliato: è un sogno
piccolo. Arrestato. Bloccato. Ostaggio dell'immaginario di manager e
banchieri. Sognare quel sogno al posto loro: questo, e nulla meno di
questo, sarebbe il nostro compito.-